Per giorni in Italia si è scatenata una polemica sterile, al limite del grottesco: Jannik Sinner, “reo” di aver rinunciato alla fase finale della Coppa Davis, è stato bersaglio di accuse e giudizi al veleno. Si è parlato di scarso attaccamento alla maglia azzurra, di egoismo, persino di mancanza di rispetto verso il movimento tennistico nazionale.
Tutto questo ignorando che quel ragazzo altoatesino, con la sua racchetta e il suo talento, ha regalato all’Italia due Coppa Davis consecutive, l’ultima solo dodici mesi fa. A fare la morale, spesso, sono stati opinionisti improvvisati, privi di minima conoscenza del calendario massacrante del tennis professionistico. E come al solito, si è tirato in ballo un paragone poco sensato: “Guardate Alcaraz, lui sì che risponde alla chiamata della Spagna.“
Peccato che la realtà dica altro. Carlos Alcaraz – anzi, per alcuni “Alvarez” – ha appena annunciato che non giocherà la Davis. Proprio come Sinner. Proprio come Djokovic, come Nadal, come Federer, come la stragrande maggioranza dei top player da anni a questa parte. Perché la Davis, così com’è oggi, è un trofeo in declino, depotenziato nel formato e poco compatibile con le esigenze fisiche dei migliori.
Persino Zverev, unico top ten presente, ha dichiarato candidamente: “La Davis? Un’esibizione inutile. La gioco per rispetto dei miei compagni, non certo per il trofeo.” E allora, dove sono finiti i moralisti dell’ultima ora? Davvero nessuno ha nulla da dire ora che anche gli altri fanno (giustamente) le stesse scelte di Sinner? Il silenzio, a volte, sarebbe una forma di rispetto. Per lo sport. E per l’intelligenza altrui.
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