Di fronte a “Calcinacci”, il quarto lavoro in studio di Fulminacci (uscito il 13 marzo 2026 per Maciste Dischi), la prima tentazione è quella di parlare di maturità. Ma Filippo Uttinacci, romano classe ’97, la maturità la frequenta da quando ha debuttato. Qui, semmai, siamo davanti a una lucida demolizione controllata.
Dopo il trionfo morale al Festival di Sanremo 2026 con Stupida sfortuna (Premio della Critica “Mia Martini” e un settimo posto che sta stretto), Fulminacci torna a casa, tra i vicoli di una Roma meno cartolinesca e più “cantiere a cielo aperto”, per raccontarci cosa resta quando la polvere si deposita.
Un’architettura pop fatta di detriti e sentimenti
Se con Infinito +1 avevamo esplorato le vette del pop colorato e iper-prodotto, Calcinacci è un ritorno alla terra. Prodotto quasi interamente dal sodalizio con Golden Years (con un’incursione preziosa di Okgiorgio in Nulla di stupefacente), il disco suona asciutto, organico, quasi ruvido in certi passaggi acustici.
Il concept è chiaro fin dal titolo: i calcinacci sono i resti di una rottura (quella sentimentale che attraversa tutto l’album), ma sono anche il materiale granuloso con cui si rifondano le fondamenta.
I brani chiave: tra citazionismo e innovazione
“Stupida sfortuna” è il manifesto sanremese che funge da baricentro emotivo. Un brano che celebra la normalità e il disincanto senza mai scadere nel banale. In “Casomai” la penna di Filippo si fa chirurgica. Paragonare un amore finito a un “fritto senza pastella” o a “Battisti senza Panella” è il tipo di guizzo che lo conferma come l’unico vero erede del cantautorato romano più colto e ironico.
Con “Indispensabile” & “Maledetto me” il groove prende il sopravvento, ricordandoci che si può ballare anche sulle rovine. Franco126 e Tutti Fenomeni non sono semplici “nomi in locandina”, ma tasselli che arricchiscono il mosaico senza snaturarlo. La collaborazione con Franco126 è un abbraccio trasteverino che profuma di asfalto e nostalgia.
Perché “Calcinacci” diventerà un cult
Il punto di forza di questo disco è la sua mancanza di pretese monumentali. In un’epoca di album “evento” costruiti a tavolino, Fulminacci pubblica un diario di bordo fatto di 13 tracce (41 minuti totali) che non vogliono insegnare nulla, se non l’arte di stare a galla tra un crollo e l’altro.
“A volte nella carriera di un artista servono le pause, perché non tutto quello che succede merita subito una canzone.“
Questa frase (rubata a una recente intervista) spiega bene l’approccio di Filippo: Calcinacci è un disco onesto, che non cerca il TikTok a tutti i costi ma finisce per essere viralissimo proprio per la sua capacità di generare identificazione immediata.
Il “Palazzacci Tour 2026” partirà ad aprile e promette di trasformare i palazzetti in enormi salotti di casa
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