Niccolò Parisi (foto Angelo Benvenuto)
Niccolò Parisi (foto Angelo Benvenuto)

Certe storie non iniziano con un gol. Iniziano con un’assenza. Con un campo visto da lontano, con un ginocchio che non risponde, con una stanza lontana da casa mentre fuori il mondo si ferma per il Covid. Per Niccolò Parisi, classe 2008, tre anni alla Reggina sono stati un sogno e insieme una prova. «Essere a Reggio è stata un’esperienza bellissima», racconta. Ma l’ultimo anno, lontano da famiglia e amici, con un problema di crescita al ginocchio, lo ha costretto a fermarsi. Un anno fuori casa.

Un anno senza giocare per Parisi

E per chi calcia un pallone da quando ha cinque anni, stare fermo è quasi una punizione. «È stato orribile. Però sapevo che non mi sarei fermato». Non è una frase fatta. È un manifesto. Dopo Reggio, il ritorno in campo, tre stagioni alla Digiesse PraiaTortora: Under 15 e due Under 17 Élite. Diciannove reti, ma soprattutto un percorso di crescita. L’ultimo anno lo vive da capitano. Primo posto nel girone U17 Élite che abbracciava tutta la Calabria. «Ho sentito tante responsabilità addosso», spiega. E quelle responsabilità oggi sono parte del suo bagaglio. In quei gol non c’era solo tecnica. C’era rabbia accumulata. C’era voglia di riprendersi il tempo perso. C’era la consapevolezza di chi ha già capito che il talento, da solo, non basta.

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È il più piccolo del gruppo. Un 2008 titolare in una squadra che guarda tutti dall’alto in classifica. Giovane o responsabile? «Credo di essere entrambe le cose». Giovane per età, responsabile per atteggiamento. Perché quando sei il più piccolo, ogni allenamento è un esame. Ogni partita una dimostrazione. «Per me è importante dimostrare il mio valore partita dopo partita». Non chiede sconti. Non cerca alibi. Cerca spazio. E se lo sta prendendo.

La liberazione 

Diciannove giornate senza segnare. Poi la doppietta. Non esulta soltanto. Si libera. «È stata una vera e propria liberazione. Un’emozione indescrivibile». Non era ansia da prestazione. Non era ossessione per il gol. Perché Parisi lo dice chiaramente: «Fare gol non è la mia priorità. A me basta che la squadra porti il risultato a casa». Centrocampista moderno, più equilibrio che copertina. Più sostanza che slogan. Anche quando scherza sul “vizio del gol”, si capisce che la sua identità è un’altra: giocare per gli altri.

Se gli chiedi un titolo per il suo percorso, non te ne dà uno. Ma lo descrive con una parola: indimenticabile. Il primo anno tra i grandi. La fiducia dei mister. Il sostegno dei dirigenti. I compagni che, pur essendo più grandi, credono in lui e lo aiutano a crescere settimana dopo settimana. Forse il titolo giusto è questo: “Non mi sono fermato”.

Perché tra un ginocchio che faceva paura, un anno lontano da casa e la voglia di dimostrare chi è davvero, Niccolò Parisi ha già imparato la lezione più importante: il calcio passa dai piedi, ma la carriera si costruisce nella testa. E lui, a 18 anni, sembra avere entrambe le cose al posto giusto.

Umberto Colacino – Erika Liparoti

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