Montanari e Paolini
Montanari e Paolini

Ebrea, polacca, italiana, europea. Costretta a lasciare Varsavia nel 1969 perché giovane, intellettuale e critica verso il regime. Accolta dall’Italia, approdata in Calabria, diventata una delle voci più autorevoli della storiografia contemporanea.

Nella seconda giornata del weekend conclusivo della XIV edizione del Premio Sila, la sede della Fondazione a Camigliatello Silano ha ospitato il ricordo di Marta Petrusewicz, la storica alla quale è intitolato il Premio per la saggistica. Quattro studiosi ne hanno restituito il profilo umano e scientifico, sintetizzato nelle parole di Irena Grudzińska-Gross: Marta apparteneva a quella rara categoria di persone che «stanno sempre dalla parte dei più deboli».

La storia di Marta

A tracciare il suo ritratto è stata Magdalena Wrana, direttrice dell’Accademia Polacca delle Scienze di Roma, ricostruendo il legame profondo e mai interrotto tra Petrusewicz e la Polonia. Nata a Varsavia nel 1948, giovanissima protagonista delle proteste studentesche del marzo 1968, costretta all’esilio dalla campagna antisemita del regime comunista. Jan Lityński, figura centrale dell’opposizione democratica polacca, la ricordava con ironia come «la più grande teppista» del gruppo, perché durante gli scontri con la milizia venne accusata di aver aggredito alcuni agenti.

Dietro l’aneddoto, il carattere di una donna disposta ad assumersi il rischio della difesa delle proprie convinzioni. Wrana ha ricordato come Petrusewicz abbia trasformato l’esperienza dell’esilio in uno strumento di conoscenza, costruendo un progetto di storia comparata delle periferie europee che metteva insieme Polonia, Irlanda, Norvegia e Mezzogiorno d’Italia. Docente alla City University of New York, ricercatrice ad Harvard e Princeton, professoressa all’Università della Calabria, la sua opera ha rinnovato l’interpretazione storiografica del Sud, sottraendolo a letture stereotipate. Con la caduta del comunismo, la Polonia aveva cessato di essere un paese «drammaticamente perduto» per diventare un «paese della quotidianità». «Ed è una sorta di ritorno», diceva Petrusewicz.

A ricordarla, sono intervenuti anche Paolo Perri dell’Università della Valle d’Aosta, Leandra D’Antone della Sapienza di Roma e Paul Corner dell’Università di Siena, Fellow della Royal Historical Society.

La continuità del male

Alle 18.30, il secondo appuntamento della giornata: il dialogo tra Tomaso Montanari ed Enzo Paolini sul libro del rettore dell’Università per Stranieri di Siena, “La continuità del male. Perché la destra italiana è ancora fascista” (Feltrinelli). Paolini ha aperto il confronto partendo proprio dal ricordo di Petrusewicz: una cittadina di prima generazione che, secondo la legislazione oggi in discussione, rischierebbe la revoca della cittadinanza.

Montanari ha chiarito subito la tesi del libro: non il fascismo eterno di Umberto Eco, giustamente criticato dagli storici come categoria astorica, quanto piuttosto una continuità documentata, una catena ininterrotta di persone, testi, retoriche e figure che dalla Repubblica Sociale Italiana, passando per Giorgio Almirante e il Movimento Sociale, arriva alla classe dirigente di oggi.

«Si possono mettere i nomi di tutte le persone che uniscono i fascisti di oggi e i fascisti di ieri. Non è saltata una maglia». Il dialogo ha attraversato i cinque assi del libro individuati da Paolini: le radici ideologiche, la questione razziale, la sostituzione etnica, il ruolo della donna e la forma politica. Montanari ha documentato le convergenze testuali tra i discorsi della Presidente del Consiglio e i testi del ventennio, dalla definizione della nazione come «comunità di destino» e «società naturale» fondata sul sangue, alla reintroduzione nel dibattito pubblico del concetto di sostituzione etnica, già presente in un libro del 1928 con prefazione di Mussolini e ristampato negli ultimi anni dalle case editrici vicine alla destra.

Sul tema della donna, Montanari ha richiamato il passaggio da ministero delle Pari Opportunità a ministero della Natalità e la concezione, esplicita nei libri di Meloni, della maternità come unica vera realizzazione femminile. Sulla forma politica, il confronto si è concentrato sulla proposta di legge elettorale con premio di maggioranza al 70% presentata nei giorni scorsi. «Su questa legge elettorale dobbiamo fare le barricate», ha detto Montanari, collegando il tema alla riflessione di Tommaso Greco della sera precedente: la difesa della democrazia è la prima forma di difesa della pace.

Paolini ha chiuso la serata con una esortazione: «Dire la verità sui fascismi e sui fascisti e prepararci a esercitare quel nonviolento diritto di resistenza che Giuseppe Dossetti avrebbe voluto in Costituzione. È vitale, è urgente. Imparare ad amare le persone diverse da noi, uguali nei diritti e uniche, irripetibili, incontrollabili e libere nella loro meravigliosa diversità».