Eugenio Guarascio (foto Francesco Farina)
Eugenio Guarascio (foto Francesco Farina)

Come un fulmine a ciel sereno è tornato a parlare il presidente del Cosenza calcio Eugenio Guarascio. Lo ha fatto tramite una lettera inviata al Corriere di Calabria, poi pubblicata anche sulle pagine ufficiali del club.

Il patron rossoblù insiste sul fatto che la squadra stia facendo bene e che quindi servirebbe più sostegno da parte di tutti. Ma è qui che il ragionamento scricchiola e inizia a fare acqua da tutte le parti. Il pubblico del Cosenza non si è allontanato dal “Marulla” per la classifica negativa o per una stagione storta. A Cosenza, storicamente, la gente ha sempre sostenuto la squadra soprattutto nelle difficoltà, e anche in categorie minori. Il problema è un altro, ed è molto più profondo: una frattura ormai cronica tra società e ambiente.

Una situazione da mesi sotto gli occhi da tutti, discussa finanche con un consiglio comunale straordinario. Il solo Guarascio fa finta di ignorare il problema, facendo come al solito spallucce o orecchie da mercante. Peggio ancora il tentativo grottesco di passare ora per vittima, non riuscendo a capire tutto quest’astio nei suoi riguardi.

Negare questo aspetto — o peggio, ridurlo a “attacchi personali” — suona come l’ennesima dimostrazione di una gestione percepita come chiusa, accentratrice e autoreferenziale. Il modello “padre padrone” che molti contestano non nasce oggi, ma da anni di rapporti freddi (se non proprio conflittuali) con stampa e tifosi. Assenza totale di dialogo reale con la piazza e tutto l’ambiente rossoblù. Assenza di un vero progetto tecnico, e carenza di strutture. Disorganizzazione a 360°, con continue figuracce (tutte documentate) che mortificano città e provincia.

C’è anche un dato che è difficile far passare in secondo piano, ovvero la continua instabilità tecnica e dirigenziale. Direttori generali, direttori sportivi, allenatori che arrivano e vanno via nel giro di pochi mesi non sono un caso, ma il sintomo di un sistema che fatica ad avere continuità. Quando questo schema si ripete nel tempo, è inevitabile che la fiducia venga meno.

Caro presidente, i tifosi non stanno disertando perché la squadra non merita, ma perché non si riconoscono più nella gestione del club“.

Infine, l’apertura alla cessione (“se qualcuno vuole seriamente subentrare…”) è un refrain trito e ritrito. Disponibilità dichiarata, ma sempre accompagnata da condizioni e da una narrazione che scarica sugli altri la responsabilità del mancato passaggio di mano. Anche qui, il dubbio che resta è lo stesso di sempre: quanto è davvero praticabile questa apertura?

In sostanza, la lettera sembra chiedere unità senza però mettere in discussione le cause della divisione. Senza questo passaggio, sarà praticamente impossibile qualsiasi forma di riavvicinamento futura. Gli spalti del “Marulla”, senza una reale presa di coscienza e il passaggio delle quote societarie, sono destinati a rimanere vuoti!

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