C’è un paradosso matematico ed emotivo che attraversa la sesta fatica in studio di Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote. Si intitola Anatomia di uno schianto prolungato (Turet/Universal Italia) ed è, a tutti gli effetti, la cronaca dettagliata di una caduta libera che dura da tempo. Se con Pornostalgia l’artista torinese aveva cercato una via di fuga nei contrasti della memoria, qui decide di guardare dritto dentro l’impatto. Lo fa con la solita penna affilata, ma con una postura inedita: meno incline al pulpito, più disposta a farsi graffiare dalle lamiere.

​Il disco si apre con In cerca di uno schianto (già cucita sui titoli di coda del documentario Elegia Sabauda), un perfetto ponte concettuale che definisce la traiettoria dell’album. Non siamo di fronte a un’esplosione improvvisa, ma a una decelerazione controllata all’interno di una società che corre verso il basso.

​Le Luci: l’emulsione sonora e il valore dell’altro

​Il primo grande pregio di questo lavoro risiede nella sua architettura sonora. Il sodalizio con i producer Fudasca e Stefano Genta (insieme alla solita, chirurgica band di musicisti) confeziona un vestito sartoriale che flirta costantemente con il jazz, il funk anni ’90 e un R&B vellutato ma mai rassicurante.

​Dal punto di vista lirico, la vera luce del disco emerge quando il cinismo peyotiano abdica in favore della vulnerabilità. La traccia Burrasca ne è l’emblema: una ballata spoglia dove l’altro non è più un bersaglio satirico, ma l’unica bussola rimasta per non perdere l’orientamento. Splendido anche l’incastro in Mi arrendo al fianco di Brunori Sas, un pezzo che scava fino a creare un “Grand Canyon” interiore, dove la resa non è sconfitta, ma lucida accettazione dei propri limiti. In tracce come Kill Tony e Air B&B (con Jekesa) riaffiora invece quel gusto per la stand-up comedy amara e l’ironia tagliente che da sempre rappresenta il suo marchio di fabbrica.

​Le Ombre: la trappola del “già sentito” e qualche didascalismo

​Se l’anatomia è precisa, l’esame autoptico evidenzia però qualche rigidità strutturale. L’ombra principale del disco sta in una leggera ridondanza tematica. In alcuni passaggi, la critica sociale di Willie rischia di girare a vuoto intorno a topoi già ampiamente esplorati nei suoi lavori precedenti.

​Brani come Sapore di Marsiglia o Kodak, pur scorrendo con un groove impeccabile, dal punto di vista testuale faticano a graffiare come facevano le invettive di Sindrome di Tôret o Iodegradabile. A volte l’esigenza di fotografare la complessità del presente scivola in un didascalismo speculare a quello che l’autore vorrebbe combattere (come nella pur interessante Luigi, traccia dal forte sapore controverso). L’impressione è che, per coprire la distanza delle 11 tracce, Peyote abbia talvolta preferito affidarsi al suo collaudatissimo “pilota automatico”.

​Un disco necessario ma di transizione

​A un primo ascolto distratto, Anatomia di uno schianto prolungato potrebbe sembrare un capitolo minore, schiacciato dall’ingombrante eredità dei suoi classici. In realtà, è un album che richiede tempo, capace di crescere alla distanza proprio grazie alle sue imperfezioni.

​La frase chiave che rimane addosso, quasi fosse un manifesto generazionale, fluttua tra le rime dell’album:

​”Hai fatto caso che da quando è tutto gratis, tutto è più costoso? E sonno non fa rima con riposo”.

​È qui che sta la forza del disco. Willie Peyote si conferma uno dei pochissimi intellettuali prestati al rap in grado di maneggiare la complessità senza risultare respingente. Non è un album perfetto, ed è probabilmente un lavoro di transizione verso una forma canzone ancora più matura e meno legata alle metriche del rap puro (la collaborazione con Noemi in Che caldo fa a Testaccio ne è un indizio evidente). Eppure, in un mercato discografico che urla per coprire il silenzio delle idee, questo schianto prolungato è un rumore di cui avevamo un disperato bisogno.

Voto: 7 / 10

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