Franco Capalbo

Abbiamo sempre considerato il turismo come il volano per la crescita della nostra regione: è veramente così? Possiamo vivere di solo turismo? È questa la domanda provocatoria sulla quale ragiona il giovane studioso Franco Capalbo nel suo saggio “Perché la Calabria non dovrebbe campare solo di turismo. Per una critica delle pratiche turistiche moderne, tra limiti, paradossi e contraddizioni.”

Capalbo, cultore della materia “Turismo, Formazione e Occupazione” del corso di laurea in Scienze Turistiche presso l’Università della Calabria, smonta vari luoghi comuni sul turismo nel libro edito da Vintura Edizioni. Tra questi, l’idea che la Calabria dovrebbe puntare sul turismo per ottenere il benessere e lo sviluppo economico che ci farebbero colmare il gap con le altre regioni. Quantomeno non sul turismo che conosciamo.

Una critica costruttiva al turismo

Da dove nasce per Capalbo l’esigenza di questa critica al turismo? “Il mio obiettivo è dare al lettore gli strumenti affinché possa riflettere autonomamente sulle tesi che porto avanti. Che la Calabria abbia una vocazione turistica è indubbio. Io rifletto se il turismo – e che tipo di turismo – può portarci benefici e se quello perpetuato in Calabria negli ultimi anni lo ha fatto.” Il suo parere è che la risposta sia negativa, soprattutto per il turismo balneare, prevalente per presenze e arrivi. Eppure, il turismo è generalmente presentato come punto di forza per la crescita del PIL. Di altro parere è Capalbo, per il quale il valore aggiunto dato dal turismo al PIL è relativo, e solo per determinate mete turistiche, poche delle quali al Sud.

L’autore evidenzia le conseguenze negative del turismo balneare. “Ha causato diversi danni, soprattutto alle nostre coste, come la cementificazione del Tirreno, l’impoverimento sociale, economico e culturale di alcune realtà. Vari autori hanno definito questa tipologia di turismo di rapina, perché si è portata avanti la logica di voler estrarre quanta più ricchezza possibile dai territori per rimetterla nel mercato turistico. Il suo boom si è avuto negli anni ’50-’60, ma senza ricadute benefiche sui territori. Poche realtà si arricchiscono, come quelle dei grandi colossi internazionali.”

Tali logiche hanno causato lo sfruttamento scellerato dei nostri territori, con ovvie conseguenze. “La maggior parte delle costruzioni non rispecchia la conformazione ambientale. Oggi sono in forte degrado dal punto di vista architettonico perché furono costruite con materiali pericolosi per l’ambiente costiero (come il calcestruzzo armato) e a rischio degrado se non sottoposti a manutenzione ordinaria. Se parliamo della costa tirrenica cosentina, la maggior parte delle costruzioni è soggetta a forte degrado ambientale inquinando un paesaggio altrimenti incontaminato.” è l’amara constatazione di Franco Capalbo.

Turismo come atto di consumo

In “Perché la Calabria non dovrebbe campare solo di turismo”, però, si parla di turismo a 360 gradi, a partire dalle motivazioni che ci portano a fare un viaggio, in modo da comprendere gli squilibri del settore. Innanzitutto, l’autore fa la differenza tra viaggiatori e turisti, con il suggestivo riferimento al Grand Tour, un lungo viaggio che i giovani aristocratici compievano attraverso l’Europa, intrapreso tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo dai giovani aristocratici.

“Se il viaggiatore del Grand Tour viaggiava per accrescere il proprio bagaglio culturale, conoscere posti nuovi e riscoprire le relazioni umane tra persone appartenenti a culture diverse, il turista spesso viaggia per un atto di consumo, perché nella società consumistica conta spostarsi quanto più velocemente possibile.” Capalbo paragona le attività turistiche ai fast food, parlando di un turismo usa e getta, che non lascia molto al ritorno a casa. Se non i selfie a uso e consumo dei propri follower su Instagram, probabilmente.

Puntare sul turismo culturale

Prosegue l’autore. “Spesso quando viaggiamo lo facciamo in percorsi preconfezionati e standardizzati, verso le mete del turismo di massa. Queste mete, come i villaggi turistici, non hanno un legame con le realtà locali, gli usi e i costumi del luogo. Invece questa dovrebbe essere la vera essenza del viaggio: riscoprire ciò che ogni territorio offre. Da questo punto di vista, la Calabria è ricca, come forse nessun’altra regione italiana. I suoi paesi raccontano di storia e popoli diversi.” Il turismo culturale potrebbe essere una prima risposta per un turismo più consapevole, che porterebbe il turista a essere viaggiatore e tornare arricchito da quest’esperienza.

L'autore e la copertina del libro
L’autore e la copertina del libro (foto Facebook Franco Capalbo)

In Calabria, però, questo turismo ha numeri inferiori rispetto a quello balneare, paradossalmente, secondo l’autore. “La maggior parte dei comuni calabresi sono classificate come aree interne. Ma la grande maggioranza delle presenze turistiche si concentra in località costiere per il turismo balneare. Eppure abbiamo diversi siti di interesse archeologico, storico, paesaggistico, enogastronomico.”

Nonostante la Calabria sia una terra ricca di storia, si pensa di costruire qualcosa di artefatto, anziché valorizzare ciò che già esiste. È il caso del Magna Grecia Park, un maestoso parco divertimenti a tema che si sta progettando a Crotone. L’idea non entusiasma Capalbo. “Trovo paradossale costruire qualcosa di artificiale in una delle più grandi città greche, quando basterebbe semplicemente fare un giro per la città di Crotone che trasuda cultura greca.”

L’importanza della formazione in turismo secondo Franco Capalbo

Inoltre, il settore turistico italiano è “uno dei settori meno professionalizzati, a qualsiasi livello. Manca l’idea che il turismo sia una vera e propria scienza che ha bisogno di competenze trasversali. Non c’è una programmazione nel medio-lungo periodo, perché non si può vivere solo di 3-4 mesi di turismo balneare. Manca una strategia che possa valorizzare quello che i territori già offrono, senza creare artificialmente qualcosa destinato a scomparire dopo qualche anno.

Capalbo sottolinea l’importanza della formazione nel settore turistico, evidenziando come il corso di Scienze Turistiche prepari laureati competenti. Ma “gli enti politici che devono occuparsi concretamente di gestire e programmare il turismo al momento non riescono ad assorbire questa forza lavoro dirigenziale di alto livello. Non tutti i comuni hanno un funzionario turistico, non tutti gli enti hanno dipendenti laureati in Scienze del Turismo.” Puntare su figure competenti eviterebbe “di continuare a pagare errori di strategie di sviluppo turistico spesso inefficaci, come avvenuto in passato. La Calabria deve dotarsi di un modello di sviluppo turistico ben definito, con una visione a lungo periodo e soprattutto affidato a chi dispone di tutti gli strumenti necessari per programmare un fenomeno complesso come quello turistico.”

L’autore ha un’altra amara considerazione. La maggior parte dei laureati Unical in Turismo deve intraprendere altre professioni o cambiare regione. Secondo i dati Almalaurea, scarseggiano in Calabria opportunità di lavoro adeguate per queste figure.” Un controsenso per un Paese a forte vocazione turistica come l’Italia.

Coinvolgere i residenti

Cosa servirebbe al turismo calabrese per ripartire? Oltre a una maggiore professionalizzazione del settore, bisognerebbe anche variare l’offerta turistica, in virtù dei tanti turismi che stanno nascendo, come quello slow, quello sociale o ambientale. Bisognerebbe uscire dall’ottica di considerare la Calabria solo come meta turistica. Bisognerebbe coinvolgere i residenti, i primi promoter di una località. Se loro sono felici, riescono a trasmettere un’immagine positiva ai turisti. Raramente riusciamo ad essere orgogliosi della nostra terra, a coltivare quel senso di collettività e lottare contro le ingiustizie della nostra terra.” osserva Capalbo.

Inoltre, secondo l’autore è importante puntare e lavorare sulle nuove generazioni “affinché possano tornare ad appassionarsi della Calabria. A tal proposito, penso a dei corsi di storia e cultura calabrese da tenere nelle scuole.”

Un altro turismo è possibile?”, si chiede Franco Capalbo

Il cambiamento di percezione sul turismo potrebbe essere un processo lungo, ma alcuni segnali si intravedono già, e potrebbero portare reali benefici alla Calabria. Il turismo sta cambiando: molti non hanno più il desiderio di andare al mare per mesi o recarsi in città affollate. Si parla quindi di turismo lento, sostenibilità, tutela dell’ambiente, perché anche le persone si sono rese conto che hanno bisogno di relax e di posti che gli consentano di recuperare energie dallo stress quotidiano.

Franco Capalbo conclude con un auspicio. “Può essere un’opportunità soprattutto per quelle realtà calabresi non ancora invase dalla turistificazione eccessiva. Queste località possono offrire uno stile di vita lento, a contatto con la natura, riscoprendo le identità locali e, soprattutto, l’importanza delle relazioni umane. Questo è il turismo sociale: ripartire dalle persone, dal piacere di stare insieme. Il turismo esiste proprio per connettere le persone con i luoghi, cosa che si è persa negli ultimi anni per un eccesso di individualismo.” Un invito a riscoprire la lentezza, riappropriandoci della nostra identità culturale e delle nostre tradizioni, per una vera connessione tra noi e la nostra terra.

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