I Subsonica non sono mai stati una band da “usato sicuro”. A trent’anni dal debutto, mentre molti loro coetanei si sono trasformati in ologrammi di se stessi, la band torinese torna con “Terre Rare”, un album che è un manifesto politico, sonoro e geografico. Ma è davvero il capolavoro che aspettavamo o un esercizio di stile impeccabile ma privo di fiamme?
“Terre Rare” è un viaggio oltre i confini
Uscito il 20 marzo 2026 per Epic Records, Terre Rare arriva a soli due anni di distanza da Realtà Aumentata. Se il disco precedente serviva a rimettere insieme i pezzi del puzzle dopo i progetti solisti, questo undicesimo lavoro in studio è il grido di chi ha smesso di guardare le classifiche FIMI per osservare le ferite del mondo.
Il titolo è una doppia metafora: richiama i minerali indispensabili per la tecnologia e quegli elementi di umanità che stanno diventando, appunto, rarissimi.
Tra polvere del deserto e synth taglienti
L’album si apre con “Al Confine”, un portale elettronico che ci trascina subito nel cuore pulsante del suono “subsonico”: basso gommoso di Vicio, beat ossessivi di Ninja e quelle architetture sonore di Max Casacci e Boosta che sembrano estratte da una Torino notturna e distopica.
Nel brano “Straniero”, il cuore emotivo del disco, la voce della cantante palestinese TÄRA si intreccia a quella di Samuel in un brano che parla di guerra e disumanizzazione. Non è retorica, è un pugno nello stomaco rivestito di dancefloor.
“Radio Mogadiscio” è un singolo che sa di sabbia e trasmissioni pirata, dove l’elettronica si sposta verso latitudini africane e mediterranee. “Il Tempo in me” è una riflessione sulla velocità del presente, con un ritornello che entra sottopelle al primo ascolto.
La Critica
Diciamolo chiaramente: i Subsonica del 2026 sono dei chirurghi del suono. La produzione è impeccabile, stratificata, quasi maniacale. Se cercate l’urgenza punk-funk di Microchip Emozionale, potreste restare spiazzati dalla maturità quasi “algida” di certi passaggi.
Tuttavia, è proprio in questa freddezza che risiede la loro forza attuale. Brani come “Jinn”, con l’uso del guembri (strumento tradizionale Gnawa), dimostrano che la band ha ancora voglia di rischiare, spostando l’asse dell’indie-electronic italiano verso il mondo intero.
”Non facciamo musica per fama, ma per raccontare ciò che siamo,” ha dichiarato Samuel. E in Terre Rare, l’onestà intellettuale si sente tutta.
Terre Rare non è un disco da playlist “aperitivo”. È un album denso, che richiede ascolti ripetuti per essere decifrato. È un archivio di suoni e storie che celebra i 30 anni della band non con un “best of”, ma con una sfida al futuro.
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