
Arabi sì o arabi no, “cordate” di cosentini sì, “cordate” di cosentini no. L’amletico dubbio della piazza cosentina, calcisticamente parlando, è ormai questo da qualche settimana. Tanto che il risultato del campo è diventato un argomento, a dir poco, secondario. Certo che, sommando le voci sugli investitori stranieri (che ormai più che voci sono certezze) alle dichiarazioni a mezzo comunicato dell’attuale proprietà del Cosenza Calcio, non si può più dubitare che il passaggio delle quote, presto o tardi, diventerà realtà.
Il buon senso, oltre che evidenti strategie manageriali volte alla tutela del famoso “brand”, avrebbe dovuto condurre una più rapida soluzione a questa vicenda: una soluzione che magari avrebbe consentito un mercato di riparazione degno di questo nome, in luogo dell’atroce e tragicomica messa in scena che dal 1 gennaio ad oggi ha caratterizzato le vicende della squadra rossoblù; una soluzione che, al netto del mercato, avrebbe magari consentito alla tifoseria tutta di riabbracciare la squadra e di riappropriarsi, soprattutto, di quella passione e di quel sentire che va oltre il risultato ed, anche, oltre la categoria.

Fatto sta che oggi ci ritroviamo ad un passo dalla retrocessione (solo sul campo???). Con una società di fatto inesistente, le cui uniche manifestazioni esteriori, più che unire e compattare la tifoseria, esprimono un chiaro intento disfattista e divisivo. Comunicazione, mai come in questo periodo, inesistente; progettualità evidentemente inesistente; settore giovanile allo sbaraglio, alla continua ricerca di un campo da gioco dove potersi allenare e giocare. Insomma ogni singola mossa attuata nell’ultimo periodo lascia chiaramente intendere che la volontà di questa, definiamola così, società è di smantellare “letteralmente” quel poco che è rimasto del Cosenza Calcio.
Ecco che allora la vera domanda da porsi da parte del tifoso non è “chi si compra il Cosenza” o “chi c’è dietro i potenziali acquirenti”, ma “cosa resta dopo questi 14 anni del Cosenza Calcio”. La risposta, per quanto mi riguarda, è atroce: NIENTE. Anzi a ben vedere, dopo i 14 anni dell’era Guarascio, nei fatti, la città di Cosenza, dal punto di vista calcistico, retrocederà alle medesime condizioni in cui versava nel 2003, ovvero 22 anni fa. Ciò non è in discussione: dopo la cancellazione del 2003 ci siamo ritrovati in un continuo loop di improvvisazione e di gestioni alla buona che, nei fatti, non hanno costruito e realizzato assolutamente nulla. Nessuna struttura (eccezion fatta per i seggiolini!!!), nessuna attenzione al settore giovanile, nessun upgrade dal punto di vista manageriale e, men che meno, alcuna miglioria nei rapporti con i tifosi e nel coinvolgimento, più o meno attivo, di questi nelle vicende della pedata cosentina.
Eppure le occasioni non sono mancate (quale migliore opportunità di una ripartenza), così non sono mancati i progetti (tra tutte ricordo le numerose proposte di Cosenza nel Cuore), presentati soprattutto ed a varie riprese negli ultimi 14 anni, che non hanno mai consentito quel definitivo slancio verso il futuro dei nostri colori. SIAMO FUORI TEMPO E FUORI LUOGO. Eh si, perché il calcio, negli ultimi 20 anni, si è evoluto rapidamente e, soprattutto, ha preteso dai partecipanti un adeguamento agli eventi che dalle nostre latitudini si è totalmente disatteso.

Oggi come allora, non abbiamo strutture, vuoi per la prima squadra che per il settore giovanile, non abbiamo un parco giocatori, prima squadra e/o settore giovanile, degno di questo nome, non abbiamo un gruppo manageriale in grado di poter portare avanti i dettami (qualora mai ci fossero stati) della proprietà, non abbiamo sviluppato un settore comunicazione quantomeno decente. Nei fatti ci siamo limitati ad una gestione in puro stile dilettantistico e ragionieristico, sfigurando anche nel confronto con piccole realtà locali che appaiono ben più e meglio strutturate della squadra madre della città.
Ed allora, che oggi Guarascio debba andare via è atto dovuto, sperando di poter ancora salvare un minimo di consistenza sportiva anche in Lega Pro, ma chi subentrerà non potrà e non dovrà essere il solito “approfittatore” dell’ultima ora; il tifoso, il cittadino, il membro della nostra comunità dovrà esigere un progetto e il perseverare nella sua realizzazione. Un progetto certamente adeguato alle nostre possibilità ma, ancor di più, rispettoso delle esigenze del territorio e dei suoi abitanti. Se a qualcuno ancora dovesse sfuggire, il calcio, oggi, rappresenta un volano di economia, per i singoli territori, fenomenale e guai a disperdere, per l’ennesima volta, l’occasione che ci viene concessa. Che siano arabi, turchi, olandesi o di Pedivigliano poco cambia.
L’ennesimo affarista può serenamente restare a casuccia a svolgere i propri affari, così come la politica deve sganciarsi definitivamente dall’applicazione delle solite “logiche” elettorali. Il Cosenza Calcio, o meglio, il calcio a Cosenza è, e deve essere, una cosa seria, per fare in modo che, tra 22 anni, non dovremo vederci costretti a richiederci nuovamente “cosa resta del Cosenza Calcio”.





















