L’Africa, a pedali ma non solo, raccontata in “Strade Nere” da Marco Pastonesi

La settimana dei Campionati del Mondo di ciclismo su strada, disputati a settembre in Ruanda, a livello organizzativo rappresenta l’apice della storia ciclistica dell’Africa. L’impresa di Tadej Pogacar, alla sua seconda maglia iridata di fila, il successo azzurro di Lorenzo Finn tra gli U23 e le azioni degli altri protagonisti sono ancora fresche nella memoria degli appassionati.

Tuttavia, la connessione tra l’Africa e la bicicletta ha radici più lontane, più profonde. Marco Pastonesi ce le narra nel suo libro “Strade nere”, edito da Ediciclo. L’autore è una firma rilevante del giornalismo sportivo italiano. Per anni ha scritto di ciclismo e rugby sulle pagine della Gazzetta dello Sport, e continua a farlo nei suoi libri e nella sua rubrica su Tuttobiciweb.

Già il sottotitolo fa intuire l’intreccio di storie e di protagonisti: “Da Bottecchia a Mandela, da Coppi a Girmay. Dal Tour of Rwanda alla Tropical Amissa Bongo”. Il libro è costruito attraverso un minuzioso lavoro di ricerca, tramite testimonianze dirette sul campo (raccolte come inviato al seguito delle corse in Africa) e per mezzo di interviste ai protagonisti.

Sono numerosi gli spunti che si traggono nei 100 tasselli che compongono l’intero mosaico del libro. Si parla di sport come strumento di propaganda, descrivendo il Giro della Tripolitania del 1934, disputato in una terra in cui sorgevano nuovi villaggi coloni. Corsa che annoverava al via anche un giovane Bartali, ancora dilettante. Sono narrati espedienti di organizzatori, come l’invito a correre in Algeria per Coppini, acclamato al suo arrivo in nave per la similarità del suo cognome con quello del Campionissimo. Si legge degli statunitensi Ritchey (uno degli inventori della mountain bike) e Boyer. Entrambi ad un certo punto hanno deciso di abbandonare le loro vite abituali per compiere missioni da predicatori del verbo del pedale. Si descrivono vittorie sfumate sul più bello, come quella al Giro del Senegal del 2007 del calabrese Domenico Loria.

Sono raccontate vite spinte dalla tenacia. Il sudafricano Songezo è cresciuto in una bidonville ed è arrivato a concludere un Giro d’Italia nel 2016, forte della determinazione di chi è capace di affermare: “Riposati, riparti, riconcentrati, riprogramma, ma non rinunciare”.  Per la rifugiata etiope Gebru, scampata alla guerra civile del 2020, “il ciclismo vale più di qualsiasi altra cosa”.

Si parla di personaggi della storia dello sport, come Fausto Coppi e la malaria per lui fatale contratta nell’Alto Volta (l’odierno Burkina Faso). E di campioni come Biniam Girmay, primo africano vincitore nel 2022 di una classica del massimo circuito ciclistico mondiale (la Gand-Wevelgem) e della maglia verde al Tour de France. L’atleta è proveniente da una terra descritta dall’autore, in termini ciclistici, con la solita maestria: l’Eritrea, che “sta all’Africa come le Fiandre all’Europa”.

Ma ci sono anche racconti di persone comuni. L’avventura di Lorenzo Barone, con i suoi 12mila chilometri pieni di peripezie percorsi nel 2022, dal Sudafrica all’Egitto, è una delle più appassionanti da leggere. L’autore propone le storie legate all’Africa facendo emergere gli aspetti più profondi della personalità di ciascun protagonista e le peculiarità di ciascuna ambientazione. Lo stile narrativo è quello per lui consueto, che induce il lettore a divorare una pagina dopo l’altra e provoca un ulteriore effetto. La voglia di tornare in Africa per chi c’è già stato, la curiosità e il desiderio di scoprirla per chi non la ha mai visitata. Un mal d’Africa declinato dunque in una versione inusuale, che parte da colpi di pedale.

GIULIO SESSA

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