A vent’anni dalle pietre miliari Transatlanticism e Plans, e dopo aver chiuso una lunghissima parentesi major con la Atlantic, i Death Cab for Cutie ritornano alle proprie radici indipendenti firmando con la prestigiosa etichetta Anti- Records. Il risultato di questo passaggio, registrato in sole tre settimane sotto la guida del produttore John Congleton, si chiama I Built You a Tower.
L’undicesimo capitolo della band guidata da Ben Gibbard è un disco nato sotto una duplice, enorme pressione: da un lato la sbornia nostalgica dei tour celebrativi negli stadi (in combinata con i The Postal Service), dall’altro il crollo personale del matrimonio di Gibbard. Il titolo stesso evoca una metafora psicologica potente: la “torre” come struttura mentale in cui incapsulare il trauma, la perdita e il lutto per poter continuare a recitare la propria parte sul palco e nella vita di tutti i giorni.
Ma dal punto di vista prettamente musicale, questa nuova opera funziona davvero?
L’urgenza del ritorno all’indie
Il lavoro di John Congleton asciuga i fronzoli pop degli ultimi anni. Il disco vive di composizioni circolari e un uso intelligente dello “spazio negativo” (il silenzio tra gli strumenti), ereditato dal precedente Asphalt Meadows ma qui portato a un livello più crudo e vulnerabile. Gibbard non si nasconde dietro metafore fumose. L’opening track Full of Stars è una vera e propria autopsia del fallimento coniugale, dove implora perdono senza cercare facili eroismi o colpevoli.
Pezzi come Punching the Flowers (nevrotico e quasi post-punk) e la doppietta divisa in due parti che dà il nome al disco, I Built You a Tower (a) e (b), mostrano la band al suo meglio. In particolare, il finale affidato a (b) si chiude in un meraviglioso e amaro sussurro di stanchezza emotiva che commuove al primo ascolto. Riptides e Stone Over Water sono istant-classic. Il primo unisce le nevrosi personali alle tragedie globali in modo paralizzante; il secondo recupera l’approccio lo-fi ed emo degli esordi della band a fine anni ’90.
Quando la malinconia diventa “manierismo”
Non tutto l’album mantiene la stessa tensione. In tracce come la stessa Full of Stars e la successiva Pep Talk, la consegna vocale di Gibbard flirta pericolosamente con un sentimentalismo fin troppo zuccheroso (“soppy”, direbbero gli inglesi), che rischia di depotenziare la gravità dei temi trattati. Per quanto il ritorno al minimalismo indie-rock sia rinfrescante, canzoni come The Flavor of Metal o Trap Door, pur essendo orecchiabili ed euforiche, rischiano di suonare come un “compitino ben eseguito” per una band che calca le scene da trent’anni. Manca, in alcuni passaggi centrali, quel guizzo sperimentale in grado di sorprendere l’ascoltatore di vecchia data.
Considerazioni finali
I Built You a Tower non è il disperato tentativo di replicare i fasti del passato, ma la fotografia onesta di una band di cinquantenni che accetta la propria fragilità. La scelta di ritornare indipendenti ha giovato al suono, liberandolo dalle patine commerciali. Nonostante qualche scivolone zuccheroso e qualche traccia più pigra, l’album si impone come una delle confessioni più dolorose e mature della discografia recente di Ben Gibbard. Una torre emotiva che merita assolutamente di essere visitata.
Voto: 7.5 / 10


























