Il presidente del Cosenza, Eugenio Guarascio, al Ceravolo (foto Andrea Rosito)
Il presidente del Cosenza, Eugenio Guarascio, al Ceravolo (foto Andrea Rosito)

Il derby perso dal Cosenza a Catanzaro, il 4 a 0, il torello dei giocatori giallorossi sono solo la punta dell’iceberg di 13 anni di pressapochismo e dilettantismo calcistico. Qualcuno potrebbe eccepire che il Cosenza ha raggiunto la Serie B e l’ha mantenuta per 7 anni. Ma cosa si è fatto per far sì che quella promozione non rimanesse un fatto legato al caso o all’assemblarsi di una concatenazione di tanti eventi?

Quali strutture, quale visione e quale progetto (parola che nel Guarascio pensiero assume il significato di bestemmia) ha perseguito la società? Perché poi le decisioni prese sono state avallate da un oscuro ristretto numero di segreti collaboratori pronti ad incensare anche ciò che di profumato ha avuto ben poco?

Quante occasioni si sono perse in questi anni per far diventare il “brand” del Cosenza Calcio qualcosa di identitario e rappresentativo delle eccellenze del territorio? Quante generazioni di tifosi si perderanno dopo tutte le macerie che questa scellerata gestione ha nel corso degli anni creato, generando apatia, antipatia e odio?

Le solite domande che si infrangono sul muro di gomma della holding e di tutto ciò che riguarda il club rossoblù, presieduto da Eugenio Guarascio. (Anche sull’organigramma societario regna un patto di riservatezza?). Se il Cosenza, per stessa definizione del suo presidente, è un hobby, qualsiasi gioco o passatempo, per usare un gergo italico, ha un inizio ed una fine. Per gli amanti dei videogiochi ad un certo punto quando finiscono i gettoni o non si supera il livello, appare la scritta game over.

Ecco: la giornata di domenica è solo l’ultima di tante manches tutte giocate sulla pelle della tifoseria e dei professionisti che nel corso di questi 7 anni di Serie B (per non andare ancora più indietro) si sono trovati a lavorare o ad avere a che fare con chi come un vampiro ha succhiato cosentinità e professionalità per poi abbandonarli al loro destino scaricando le proprie malefatte sugli altri e costruendo i soliti alibi (la lista è lunghissima e in continuo aggiornamento).

Se si raccogliessero tutte le occasioni perse da questa proprietà di fare le cose per bene, si potrebbe scrivere un libro il cui titolo sarebbe “Distruzioni per l’uso” e la cui ultima pagina, si spera, sia stata l’umiliazione subita al “Ceravolo”. Game over!

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