La si potrebbe derubricare a una semplice, seppur meravigliosa, serata di musica: una platea gremita fino all’inverosimile e, sul palco, una della band più significative della musica contemporanea. Lo si potrebbe, si ma sarebbe riduttivo. Sminuirebbe il valore di una esperienza in cui la, clamorosa, misura artistica di chi è salito sul palco viene sovrastata dal turbinio di emozioni e pensieri che ci siamo portati via dal live dei Massive Attack a Taranto.
Lungi dal poterla considerare una mera kermesse musicale, il Medimex punta sempre più in alto, come nello spirito e nella tradizione di una utopia tutta pugliese che nella città dei due mari ha trovato giusta dimora. Un modello di festival “integrato” unico nel suo genere, che mette insieme vocazione internazionale e radici locali, formazione e intrattenimento, cultura e turismo, sperimentazione e tradizione.
LA FORZA DEL MEDIMEX
Taranto nei giorni del Medimex diventa qualcosa di simile al Magico Mondo di OZ, abitato da quelle strane e meravigliose creature che sono gli artisti, i lavoratori e tutti gli addetti del settore musicale, un posto perfetto per quelli che, emuli della Dorothy protagonista del libro di L. Frank Baum, vengono catapultati a tempo di rock nella meraviglia di un posto sospeso tra realtà e sogno.
Inevitabilmente le luci della ribalta spettano alla due giorni di concerti nella Rotonda Marinai d’Italia, sul Lungomare Vittorio Emanuele III a Taranto, appuntamento clou per gli appassionati, ma il corollario di eventi che animano il Medimex sono imperdibili per tutto il popolo che ruota attorno al mondo della musica. Mostre fotografiche, splendida quella su una Amy Winehouse negli anni appena precedenti al successo, panel e workshop sull’evoluzione del settore musicale, incontri letterari e approfondimenti su artisti, concerti di ogni genere nei posti più suggestivi della città.
Vera perla di questa edizione è la rassegna curata da Diodato, uno dei direttori artistici di quest’anno, intitolata “Le strade del Mediterraneo”, un piccolo capolavoro che interpreta il filo conduttore di questa edizione del Medimex. L’iniziativa si è sviluppata in tre concerti ospitati all’interno del Castello Aragonese, le cui antiche mura sono state animate da un video mapping che racconta l’evoluzione del festival negli ultimi anni.
Per questo progetto, Diodato ha scelto tre artisti che, pur molto diversi tra loro per stile e sonorità, condividono un’identica visione: partire da radici musicali e linguistiche tradizionali per reinventarle in chiave moderna. Si tratta della cantautrice partenopea La Niña, del gruppo franco-marocchino Bab L’Bluz e della musicista catalana Magalí Datzira.
Dicevamo dei main events di questa edizione del Medimex. La prima serata, con le esibizioni di St. Vincent e Primal Scream, è stata carica di energia e adrenalina. La cantante americana, una delle artisti della scena rock contemporanea il cui valore è ben più alto della propria fama, si è esibita in un set che ha mescolato classe, grinta e sensualità. Poi è toccato alla band inglese capitanata da Bobby Gillespie, che ha infiammato la platea con una miscela inebriante di rock, elettronica e psichedelia.
L’ESIBIZIONE DEI MASSIVE ATTACK
E’ però indubbio che l’esibizione più attesa fosse quella dei Massive Attack, andata sold out con non pochi giorni d’anticipo a dimostrazione delle enormi aspettative riposte nel concerto della band di Bristol, malgrado l’ultimo disco di Robert “3D” Del Naja e Grant “Daddy G” Marshall risalga addirittura a 15 anni fa.
Aspettative legate alla storia di uno dei gruppi più iconici della musica contemporanea, che ha impresso una svolta epocale alla scena artistica dagli anni 90 a seguire, ma anche all’attualità del loro messaggio, a un live che è più vicino a una esperienza immersiva che a un concerto vero e proprio, in cui la musica ha un’importanza predominante ma non assoluta, e, solo in ultima istanza, alla speranza di ascoltare alcuni tra i brani che hanno scritto la storia. Le uniche delusioni per parte del pubblico sono state proprio legate a quest’ultimo aspetto, con l’assenza dalla scaletta di brani come Karmacoma, Splitting the atom, Mezzanine: nulla di diverso rispetto al passato, in realtà, i concerti in cui si cerca il compiacimento del pubblico non sono mai stati pane per i denti del duo britannico.
E probabilmente è giusto partire da qui nel racconto della loro esibizione, dalla volontà di 3D e Daddy G di alzare costantemente l’asticella dei loro live sia attraverso un continuo anelito alla perfezione del suono, alla completezza di una esibizione di livello assoluto da parte dell’intera band, partendo dalle eccezionali doti vocali di Horace Andy, Deborah Miller e Elizabeth Fraser, dea assoluta del dreampop e voce di Teardrop, probabilmente il brano più noto a livello mainstream della band. Per non parlare poi dell’aspetto visuale, con la collaborazione ormai ventennale con United Visual Artists, collettivo artistico multidisciplinare fondato nel 2003 a Londra da Matt Clark. La loro combinazione di arte, architettura e tecnologia digitale, realizzando installazioni interattive, scenografie e progetti visivi per le performance dal vivo della band, ha segnato in maniera indelebile la storia dei live dei Massive Attack.
Attraverso gli enormi schermi LED che occupano tutto il fondale del palco viene realizzato un vero bombardamento informativo, parte integrante della performance musicale.
Dai riferimenti all’attualità locale, partendo da quelli politici fino ad arrivare a quelli banalmente scandalistici, alle statistiche su armamenti e decessi, dai semplici slogan a ben più articolate dissertazioni sullo sfruttamento delle materie prime e sugli inganni di una informazione deviata.
Tutti i messaggi, di brano in brano diversi per forma e contenuto, sono legati da un unico fil rouge che unisce ogni parte dello spettacolo: realizzare una narrativa attiva, cruda, reale e, proprio per questo tutt’altro che gratificante.
Sarebbe riduttivo indirizzare esclusivamente l’attenzione al focus su Gaza, sulle atrocità che avvengono quotidianamente in Terra Santa con la complicità dei governi di gran parte dell’occidente, sebbene la Buckleyana “Song of the siren” con la voce di Liz Fraser, angelica e sognante, contrapposta alle dolorose immagini del conflitto israeliano-palestinese che scorrono sullo sfondo sia una lama incandescente che attraversa il cuore.
UN VIAGGIO NELL’ABISSO DELL’ESSERE UMANO
Quello in cui ci accompagnano i Massive Attack è un vero e proprio viaggio nell’abisso dell’animo umano, che viene scandagliato in ogni suo angolo più remoto e messo a nudo. Un viaggio nelle nefandezze delle persone, nella loro continua ricerca di un “ultimo” verso cui sfogare la propria frustrazione, nella celebrazione dei valori “Contabili” e nella demonizzazione prima e demolizione poi di tutto ciò che non è ricchezza, possesso, autocelebrazione.
Un viaggio in cui il pubblico viene messo davanti a una realtà disturbante: ciò che consideriamo reale potrebbe non esserlo, ciò che vediamo, ciò che sentiamo potrebbe essere un inganno, la percezione che abbiamo di ciò che ci circonda alterata da come le informazioni la raccontano, in uno storytelling deviato, malato e sanguinoso. Proprio per questo una esperienza come quella dei live dei Massive Attack diventa urgente, anzi necessaria.
Perché costringe il pubblico a maturare idee, a provare, a ragion veduta e non per una travolgente reazione impulsiva quelle emozioni che spesso ci neghiamo, dalle quali rifuggiamo perché troppo dolenti e faticose: rabbia, tristezza, paura, disgusto, disprezzo.
Non è solo “entertainment”, ma edutainment. Non danno al pubblico ciò che si aspetta, ma lo sfidano a compiere una trasformazione. E forse sì, qualcuno potrebbe dire che è un cliché, che questo loro approccio rischia di diventare formula, che l’estetica attivista della band sovrasta il valore musicale. Ma il dubbio cade nel momento in cui si comprende il peso reale del loro gesto: quello di urlare, con la propria arte, contro l’anestesia collettiva di una società lanciata a tutta velocità verso l’autodistruzione.
E allora no, non si tratta semplicemente di un concerto. È un atto di resistenza, un rito collettivo che ci ricorda che la musica, quando è necessaria, può ancora scuotere, svegliare, ferire. E guarire.
Entra nel canale Whatsapp de Il Dot

























