Michael, l’ambizioso e tanto chiacchierato biopic sul Re del Pop, ha finalmente invaso le sale di tutto il mondo. Diretto dal veterano Antoine Fuqua e prodotto da Graham King (già artefice del colossale successo di Bohemian Rhapsody), il film si presentava ai nastri di partenza con un fardello pesantissimo: raccontare la vita, la musica e, inevitabilmente, i demoni di una delle figure più complesse, geniali e controverse del Novecento. Il risultato? Un’opera visivamente elettrizzante durante le performance musicali, ma drammaticamente vuota non appena si spengono le luci del palcoscenico.
Jaafar Jackson: Un Miracolo Mimetico
Se c’è un elemento che salva Michael dal naufragio critico, quello è il suo protagonista. Jaafar Jackson, nipote della compianta popstar, regala un’interpretazione che sfiora il paranormale per mimetismo e fisicità. Non si tratta di una semplice imitazione da tribute band: Jaafar cattura l’essenza, il timbro vocale sussurrato, la vulnerabilità dello sguardo e la grazia felina di suo zio.
Quando Fuqua lascia campo libero alla musica, il film letteralmente decolla. Le ricostruzioni dei videoclip storici e delle esibizioni live, sfruttando le registrazioni originali, restituiscono allo spettatore un’esperienza da cardiopalma e da grande schermo. Sembra di essere davvero lì, immersi nella magia di “Thriller” o travolti dall’energia di “Beat It”. Ma un biopic non può – e non deve – sopravvivere di soli moonwalk.
Un Ritratto Edulcorato e “Sanitizzato”
Il problema gigantesco emerge prepotentemente nei dialoghi e nella scrittura, ossia in ciò che la pellicola sceglie sistematicamente di non mostrare. Sotto la pesante ala protettiva della Jackson Estate, la sceneggiatura si trasforma in un compitino agiografico, una sorta di costoso spot promozionale lungo 127 minuti.
La narrazione scivola frettolosamente da un traguardo discografico all’altro, fermandosi comodamente alla fine degli anni ’80. Una scelta chirurgica e vigliacca per evitare di esplorare l’era di Neverland, la spirale discendente fatta di accuse e controversie legali, e il declino psicofisico dell’artista (forse riservate a un ipotetico, furbo sequel). Il ritratto che ne emerge è quello di un eterno Peter Pan ingenuo e senza macchia, perennemente vittima degli eventi, privato di quella feroce ambizione e di quelle aspre contraddizioni che lo rendevano drammaticamente umano.
Persino l’ottimo Colman Domingo, attore di razza chiamato a interpretare il temibile patriarca Joe Jackson, è costretto a destreggiarsi con un copione che riduce il suo personaggio a una macchietta bidimensionale, l’uomo nero della favola funzionale solo a giustificare i traumi del protagonista.
La Regia: Antoine Fuqua col Freno a Mano
Ci si aspettava che la mano ruvida di Antoine Fuqua (il regista di Training Day) potesse grattare via la patina dorata della mitologia per cercare l’uomo di carne e ossa dietro la maschera. Al contrario, sembra aver inserito il pilota automatico. Nelle sequenze drammatiche e nei momenti intimi, la messa in scena scivola pericolosamente verso i cliché dei film TV pomeridiani, perdendo mordente e fallendo nel costruire una reale tensione emotiva. Elvis di Baz Luhrmann strabordava di stile personale; Michael sembra invece diretto da un esecutore mestierante che non vuole scontentare nessuno.
Il Verdetto
Se siete fan sfegatati della musica di Jackson, Michael vi farà battere il piede a tempo, vi regalerà brividi di pura estasi coreografica e vi farà spellare le mani per il talento grezzo di Jaafar. Ma se dal cinema pretendete un’indagine psicologica, o uno sguardo coraggioso e autoriale su un genio incompreso, rimarrete a bocca asciutta. Più che un’esplorazione del mito, Michael è un juke-box dal volume altissimo, sapientemente studiato a tavolino per coprire i rumori scomodi che arrivano dal backstage.
Voto: 6






















