In un’epoca in cui l’industria discografica è ossessionata dai ritornelli pensati per TikTok, dalle durate sotto i tre minuti e dalla frenesia dello streaming “usa e getta”, Max Gazzè decide di premere il pedale del freno. A cinque anni dal suo ultimo lavoro in studio e a trenta esatti dal suo esordio, il cantautore romano pubblica “L’ornamento delle cose secondarie” (uscito il 15 maggio 2026 per Columbia Records / Sony Music Italy).

​Non un semplice disco, ma un vero e proprio manifesto di resistenza artistica: venti tracce, un’accordatura peculiare e un minutaggio che richiede all’ascoltatore un lusso diventato ormai rarissimo, ovvero il tempo.

​Un’accordatura fuori dal tempo: i 432 Hertz

​La prima, grande particolarità tecnica e concettuale dell’album è la scelta dell’accordatura. Gazzè ha registrato interamente il disco a 432 Hz, la cosiddetta “accordatura verdiana”. Una decisione che non è un banale vezzo intellettuale, ma una precisa ricerca armonica: a questa frequenza i suoni risultano più caldi, organici e avvolgenti, mescolandosi con maggiore naturalità.

​Il risultato è un’esperienza acustica immersiva, impreziosita dalla maestosità dell’orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari, che dona al progetto un respiro cinematografico. Gazzè stratifica e complica, giocando con archi sontuosi e strumenti costruiti su misura in Puglia, sfuggendo costantemente alla forma-canzone più convenzionale per abbracciare atmosfere spiccatamente progressive.

​Tra ritorni al passato e decostruzione del presente

L’ornamento delle cose secondarie è un ponte sonoro e testuale che collega i trent’anni di carriera dell’artista. Non è un caso che la tracklist ospiti brani come “L’eremita – parte II” e “Sul filo – parte II”, dirette prosecuzioni di canzoni contenute nel suo primissimo album del 1996, Contro un’onda del mare. Non si tratta di un’operazione nostalgia, ma della necessità di tirare le somme, di riprendere in mano le “cose secondarie” abbandonate lungo il percorso per elevarle a protagoniste.

​Tra i venti episodi del disco spiccano momenti di pura poesia e lucida accettazione esistenziale:

  • “Amo”: un manifesto che abbatte le distinzioni tra alto e basso, un elenco viscerale di cose da amare incondizionatamente, persino quando sfuggono alla comprensione logica.
  • “Da piccolo”: una deliziosa virata verso le atmosfere anni ’80, con sintetizzatori che ammiccano apertamente alle ritmiche degli A-ha, a dimostrazione che Gazzè sa ancora divertirsi e far battere il piede.
  • “L’oscurità”: la degna chiusura del viaggio. Non un abisso in cui perdersi, ma un passaggio obbligato e necessario per ritrovare la luce.

​Il teatro come habitat naturale

​Un disco così denso di sfumature, chiaroscuri e contrasti non poteva essere confinato nei palazzetti dello sport. Anche per il tour, Gazzè ha scelto una formula atipica ma intimamente coerente: lunghe residenze teatrali (spesso con tre date consecutive nella stessa città, a partire dalla data zero di Spoleto a ottobre, per poi toccare Mestre, Palermo, Napoli, fino al gran finale all’Auditorium Parco della Musica di Roma a fine dicembre).

​Il teatro diventa così il grembo perfetto per far risuonare i 432 Hz dell’album, permettendo alla musica di abitare i silenzi, il buio e le architetture scenografiche.

​Il verdetto finale

L’ornamento delle cose secondarie non è un disco facile e non fa nulla per sembrarlo. È un’opera irregolare, monumentale, che esige pazienza e dedizione. Max Gazzè sceglie la strada in salita, spogliandosi dall’obbligo di compiacere l’algoritmo per riconsegnarci il senso profondo del “fare musica”: una scultura sonora destinata a sfidare l’usura del tempo, ricordandoci che a volte, per andare avanti, bisogna avere il coraggio di rallentare.