Quando si parla di calcio, non è mai un’esagerazione parlare d’amore. Perché, chi vive il Cosenza, lo ama davvero. Ama forte. Ama senza condizioni. Ama anche quando tutto intorno vacilla. Ama anche quando viene ignorato, respinto, deluso. Ama di un amore viscerale, che resiste a tutto. O forse quasi.
Perché quando questo amore si ritrova svuotato, frustrato, umiliato, la domanda diventa inevitabile: può bastare l’amore di una tifoseria che, da sola, tiene in piedi il senso di appartenenza a questi colori? E la risposta, purtroppo, è no.
Perché l’amore non basta più quando la comunicazione è un deserto. Non basta più quando gli addetti ai lavori, che per anni hanno svolto con dignità la propria professione, fuggono da un ambiente dove non si può programmare, non si può lavorare, non si può parlare. Non basta più quando chi dovrebbe guidare il club è sempre stato scollegato dalla città, dai suoi sentimenti, dalla sua storia. Non basta più a tenere in piedi una baracca che cade a pezzi, tra silenzi assordanti e fughe continue, e l’odio di una tifoseria che non ne può più. Non basta più a dare un senso a giornate surreali, in cui ci si guarda attorno e ci si chiede: “Ma davvero sta succedendo tutto questo?“.
Sì, sta succedendo. Sta succedendo che a Cosenza non si comunica, non si spiega, non si costruisce. Sta succedendo che chi lavora attorno al club se ne va. Con dignità. Ma se ne va. Sta succedendo che una città intera si stringe intorno a una sola certezza: nessuno vuole più un presidente che ha sempre regalato stagioni di stenti.
Il suo mantra è stato sempre chiaro: minimo sforzo economico, massima resa. Resa. Una parola che in italiano ha molti significati. Ma in questo momento, per il Cosenza Calcio, dovrebbe averne solo uno: arrendersi. Cedere il passo. Farsi da parte. Lasciare spazio a chi ha davvero voglia di ricostruire.
Perché quello che stiamo vivendo non è solo un fallimento sportivo o organizzativo. È un fallimento umano. E davanti a certi fallimenti, l’unica via d’uscita dignitosa è la resa. Non quella di chi si arrende alla fatica o alla sconfitta. Ma quella, necessaria, di chi ha dimostrato, giorno dopo giorno, di non essere all’altezza del compito. Ogni giorno che passa ciò che accade sembra sempre più irreale. Un club senza visione, senza interlocutori, senza rispetto per la piazza. Un presidente contestato, isolato, ostile a ogni forma di dialogo, da sempre impermeabile alle critiche, ai fischi, al dolore.

Oggi il Cosenza non è più della sua gente. È diventato un corpo estraneo, un luogo che respinge chiunque provi a metterci cuore, idee, competenze. Non si può più vedere questa passione calpestata, ignorata, usata. Non si può più scrivere di calcio quando intorno c’è solo un deserto emotivo e progettuale.
Il Cosenza non merita tutto questo. Non lo merita chi lo racconta ogni giorno con fatica. Non lo merita chi va in trasferta con la sciarpa al collo e un’incrollabile fede nel cuore. Non lo merita chi sogna un club normale. In cui si possa anche sbagliare, ma almeno spiegare, parlare, respirare. E allora sì, va ripetuto: l’amore non basta più. Non basta quando chi comanda spegne ogni luce, chiude ogni porta, soffoca ogni speranza. Non basta quando non c’è più dialogo, rispetto, verità. E forse è proprio questo che fa più male: capire che l’amore, da solo, non salva.
No, non è più sufficiente dire “tifiamo la maglia”. Perché anche la maglia ha bisogno di qualcuno che la onori, la protegga, la rappresenti. E oggi sembra che nessuno, nelle stanze dove si decide, abbia a cuore ciò che accade fuori. Il Cosenza, oggi, è un posto dove non si può fare il proprio lavoro. Dove giornalisti e professionisti scappano. Dove chi resta è costretto a muoversi nel silenzio, nella paura di non essere capito o, peggio, di essere accusato di essere complice di un sistema distorto.
Un ambiente avvelenato, dove chi ama il club è diventato ostaggio di un potere che non parla, non ascolta, non cambia. È difficile restare lucidi. Perché qui non si tratta più di un calciomercato sbagliato o di una stagione negativa. Si tratta di dignità. Di rispetto. Di futuro. E allora sì, a volte l’amore non basta. Non basta quando chi ha in mano il potere fa di tutto per spegnere ogni entusiasmo, per soffocare ogni tentativo di rinascita.
Ma attenzione: non durerà in eterno. Perché questa piazza merita molto di più. E prima o poi, se lo riprenderà. Spodestando chi oggi la tiene in ostaggio.
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