Con il sopraggiungere del nuovo anno il Cosenza ha subito una metamorfosi. Nei fumi dell’alcool dei brindisi della notte di San Silvestro si è smarrita quella squadra brillante e sbarazzina che teneva il passo delle battistrada.
L’undici di Buscè è, dal 5 gennaio, lontano parente di sé stesso. Il Cosenza appare ormai timido, stanco, logoro, innocuo, a tratti svogliato. Cosa può essere accaduto in un così breve lasso di tempo? Possibile che la squadra abbia perso quella sicurezza che mostrava in campo a dispetto della instabilità societaria? Che si siano di colpo rincitrulliti tutti, diventando dei brocchi?
Difficile da credere. Numeri e statistiche purtroppo sono impietosi. Con un solo punto all’attivo, conquistato nel match esterno con la Salernitana, il Cosenza è fanalino di coda nella classifica parziale del girone di ritorno. Non ha realizzato un solo gol nel 2026, precisamente nelle ultime 4 gare. È trascorso oltre un mese, 397 minuti giocati, dalla rete di Kouan (in odore di partenza) nel 2-1 con la Cavese.

Pesano sicuramente gli infortuni di due elementi di spicco come Florenzi e Mazzochi. Non bastano però a giustificare questo tracollo. Le motivazioni vanno ricercate in altri fattori. Quali? È presto detto. Sono noti da tempo. Il logorio fisico dei pochi titolari costretti ad un super lavoro senza mai fermarsi. Emblematico il caso della consolidata coppia difensiva Dametto-Caporale. Entrambi, a detta dello stesso Buscè, avrebbero bisogno di rifiatare ma non si può. In mancanza di alternative valide sono chiamati agli straordinari. Le ricadute di queste scelte obbligate sul rendimento della squadra sono sotto gli occhi di tutti.
Una percentuale considerevole del calo è da attribuire al caos gestionale. Ai buchi che si creano in un team di lavoro che perde pezzi giorno dopo giorno come le foglie sugli alberi in autunno; ad una dirigenza che nel tempo dimostra una certa inadeguatezza a gestire una realtà professionistica. Tutto questo inevitabilmente, a lungo andare, si ripercuote sulla tranquillità del gruppo squadra e ne condiziona la rendita.
Succede da anni. Attivate i neuroni e diffidate da quella sparuta e sempre più triste minoranza che vuole farvi credere che la colpa sia di tifosi, giornalisti e prossimamente (c’è da scommetterci), di allenatori o direttori sportivi o giocatori mercenari. Del resto era così anche con i tifosi allo stadio e i giornalisti che seppellivano l’ascia di guerra in nome di un obiettivo comune. E con tecnici che, liberi di lavorare in condizioni normali, ora fanno le fortune di altre squadre.
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