Un destino inevitabile, al quale non si può sfuggire. Questo sì, realmente improcrastinabile, perché prima o poi arriva. Che tu ti chiami Zaffaroni, Occhiuzzi, Bisoli, Dionigi, Viali, Caserta o, al giorno d’oggi, Alvini, la sostanza non cambia. Vestire i panni dell’allenatore del Cosenza, sedersi sulla panchina rossoblù, significa, ad un certo punto, diventare un uomo solo.
Costretto ad affrontare la piazza, l’insoddisfazione dei tifosi, le schermaglie e, soprattutto, le domande scomode dei giornalisti. Raramente, nel corso di queste sette tribolate stagioni di Serie B, i risultati hanno sorriso ai lupi. E si sa, che quando il trend è negativo ne risente tutto il resto.

L’equazione però non è corretta. Alle pendici della Sila è la disorganizzazione di una proprietà che non si è mai data una struttura adeguata alla categoria a condizionare pesantemente l’andamento della squadra. Non ci fosse stata l’abnegazione e la passione di chi lavora quotidianamente nel club e ha nel sangue il rossoblù, o la professionalità di staff, tecnici e giocatori, il Cosenza sarebbe retrocesso da un bel pezzo.
In Serie C, con tutta probabilità, ci finirà a breve. Mandando alla gogna chi ha colpe relative, come l’allenatore. Così i veri responsabili, ripercorrendo un trend da sempre seguito, continueranno a non avere l’umiltà e il coraggio di assumersi le proprie colpe. Esponendo il malcapitato di turno al pubblico ludibrio. Sfuggendo ad una regola comunicativa non scritta che suggerisce di metterci la faccia e parlare apertamente soprattutto quando le cose non funzionano.
Un barlume di trasparenza e sincerità arriva da Massimiliano Alvini, con la risposta diretta data nella conferenza stampa di presentazione di Spezia-Cosenza. Contestabile quanto lo si vuole sotto l’aspetto tattico tecnico. Non dal punto di vista umano. Parla chiaro quel “sì, sì, ritengo che sia stato anche questo un “piccolo” problema che possiamo avere avuto durante l’annata, sì“.
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