Gennaro Tutino è sicuramente per distacco il calciatore più amato dai tifosi del Cosenza negli ultimi anni. Non si tratta nemmeno dei gol realizzati con la maglia rossoblù. E’ proprio un attaccamento viscerale, che va al di là del calcio giocato.
Gennaro è l’idolo di grandi e piccini. Tutti vogliono la sua maglietta, tutti vogliono un selfie con lui, tutti gridano a squarciagola il suo nome quando gonfia la rete. Un amore senza filtri. Unico. Almeno fino a ieri. Cosenza non meritava questo trattamento. Pugnalata alle spalle, proprio dal suo figlio prediletto.
La domanda che si pongono tutti è una, solo una: Perchè? “Tu quoque, Brute, fili mi”! Persino tu, Bruto, figlio mio! Si narra che queste siano state le ultime parole di Giulio Cesare, pronunciate in punto di morte mentre veniva trafitto dai congiurati, riconoscendo fra i suoi assassini il volto amico e fidato di Marco Giunio Bruto. Tutta Cosenza sportiva ora si sente tradita proprio come il dittatore romano.
IL SILENZIO ASSORDANTE DI TUTINO
Dopo il riscatto del calciatore da parte del presidente Guarascio, il numero 9 rossoblù, da sempre molto social, non ha proferito parola. Nessun post, nessuna frase di ringraziamento verso il presidente che lo ha pagato quasi 5 miliardi delle vecchie lire. Nessun cuoricino rossoblù. Niente di niente! Anzi, come un fulmine a ciel sereno sono arrivate le parole del suo procuratore Giuffredi: “Il ciclo di Tutino a Cosenza è finito“! In genere si dice che chi tace acconsente. Il silenzio di Tutino da questo punto di vista è emblematico.
Caro Gennaro lo sappiamo bene che il tuo sogno è sempre stato quello di giocare in Serie A. Probabilmente lo realizzerai. Ma ci sono modi e modi di interrompere un rapporto d’amore. Tu hai scelto il peggiore! Una vecchia canzone dice che l’amore con l’amore si paga! Evidentemente, visto il comportamento, la tua era solo una piccola infatuazione. Noi, nonostante tutto, continuiamo a volerti bene. Un gran bene! Sperando che il tuo sia solo un capriccio temporaneo, da chiarire comunque agli occhi di una tifoseria che ora ha perso il suo punto di riferimento.
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