Ad una settimana di distanza dalla fantastica vittoria a Euro 2020 il ct dell’Italia Roberto Mancini è tornato a parlare. Lo ha fatto ai microfoni della radio tedesca Sport1.de: “Mi sento molto, molto bene da campione d’Europa. È davvero una bella sensazione e sono assolutamente felice, particolarmente per tutti gli italiani in patria e nel mondo. Abbiamo creato qualcosa di straordinario. Questa Italia resterà nei libri di storia“.

Non è però la prima volta che alle sapienti mani del Roberto Mancini allenatore viene affidato un progetto con la richiesta, nemmeno tanto implicita, di primeggiare.

E dire che l’eterno ragazzo nato a Jesi nel 1964, 56 anni portati alla stragrande, la sua carriera da tecnico l’aveva iniziata tra tanti mugugni e un mare di polemiche. “Non ha fatto la gavetta“: questo il ‘j’accuse‘ mosso dai colleghi più quotati e dai media quando, senza alcuna esperienza, viene chiamato a guidare la Fiorentina nel 2001.

È sprovvisto di patentino ma il suo battesimo da tecnico alla viola mette a tacere da subito le malelingue. Gli basta poco per riporre in bacheca il primo trofeo: la Coppa Italia, vinta nella doppia finale contro il Parma. La fama di vincente lo accompagna anche nell’esperienza successiva sulla panchina della Lazio. Squadra con cui Mancini si era cucito lo scudetto sul petto prima di appendere gli scarpini al chiodo.

Sotto la sua guida l'Italia ha vinto il secondo europeo della sua storia
Sotto la sua guida l’Italia ha vinto il secondo europeo della sua storia

In biancoceleste arriva la seconda Coppa Italia. Trofeo caro al Mancio, che ne conquisterà altre due con l’Inter. Un record condiviso a pari merito con Sven-Gorän Eriksson e Massimiliano Allegri. Con l’approdo sulla panchina nerazzurra il tecnico si leva la soddisfazione di laurearsi campione d’Italia. I tre titoli consecutivi dal 2006 al 2008 sono frutto di una superiorità disarmante, costruita a onor del vero sulle macerie di Calciopoli.

Cambiano gli addendi e i confini ma il risultato è il medesimo: riporta il Manchester City sul tetto d’Inghilterra dopo 42 anni e in Turchia vince, manco a dirlo, l’ennesima coppa nazionale con il Galatasaray.

Nel 2017 sotto le sembianze di medico taumaturgo a Mancini viene assegnato l’incarico più difficile. Prende una Nazionale alle prese con il brusco risveglio dal coma della mancata partecipazione ai Mondiali del 2018. Avvia il processo di riabilitazione ponendo le basi per una ripresa che in origine appare lenta ma col passare del tempo si velocizza.

L’Italia vince e diverte, accantona lo spirito difensivista e si fa improvvisamente audace. Quando la pandemia obbliga l’Uefa a rinviare i campionati europei il ct non fa drammi: “Avremmo vinto quest’anno, vinceremo il prossimo anno“. Profeta? Audace? Sfacciato? Niente di tutto ciò. Tutti sanno com’è andata a finire. Mancini non è un vate, non ha la palla di vetro, ha saputo riconoscere fin dal principio la validità di un progetto.

Ci sentiremmo di dire che non è finita qui. C’è un altro primato da raggiungere: basterà mantenere l’imbattibilità con Bulgaria e Svizzera a settembre e l’Italia, con 36 risultati utili consecutivi, stabilirebbe il nuovo record di imbattibilità di una nazionale. Poi i mondiali in Qatar nell’inverno del 2022. Non manca molto e la squadra ha ancora tanti margini di miglioramento. Hai visto mai?

Ora, se ce lo permetti, vorremmo rivolgerci a te in prima persona, caro Mancio. Il trionfo dell’11 luglio 2021, data entrata di diritto nella storia azzurra, è una gustosa rivincita nei confronti di certi autorevoli rappresentanti della carta stampata a cui “stavi sulle palle – cit.“.

Mancini e Vialli nella finale di Champions del 1992 (© sportfotodienstIPA)
Mancini e Vialli nella finale di Champions del 1992 (© sportfotodienst/IPA)

Lo sappiamo che sotto sotto sogghigni di gusto. Gli hai fatto cambiare idea, hai dato “una lezione a quella parte di Paese pavido e cialtrone“. Non fare il modesto. Non credi che sia soprattutto merito tuo se le bandiere tricolori sono tornate sui balconi e stavolta sventolano per fierezza e non per disperazione?

Con la compartecipazione dell’amico di sempre Gianluca Vialli hai inoltre rimarginato una vecchia ferita per entrambi ancora aperta: “La finale del 1992 persa con la Sampdoria a Wembley la ricordo molto bene, adesso però le ferite sono in via di guarigione”.

Non è accaduto di frequente nella storia del calcio, ma stavolta l’equazione gran calciatore uguale ottimo allenatore ha trovato conferma.

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